LICENZIAMENTO: IL TENTATIVO DI CONCILIAZIONE INTERROMPE IL TERMINE PER IMPUGNARLO?

La Corte di Cassazione, Sez. Lavoro, con una recentissima sentenza n. 23692 del 10 Ottobre 2017, è tornata sull’annoso tema dell’idoneità del tentativo di conciliazione ex art. 410 c.p.c. ad interrompere il termine prescrizionale dell’impugnativa giudiziale del licenziamento illegittimo.

Nel caso oggetto della pronuncia, il lavoratore ricorreva avverso sentenza di appello con la quale il tribunale aveva respinto la domanda dello stesso volta a conseguire la declaratoria di illegittimità del licenziamento disciplinare irrogato dall’Azienda in cui prestava la sua attività lavorativa.

I giudici di appello infatti confermavano la pronuncia di primo grado, affermando il principio in base al quale solo un’azione giudiziale fosse idonea a interrompere la prescrizione quinquennale di cui all’art. 1442 c.c.

Nello specifico, il lavoratore aveva depositato il ricorso di annullamento del licenziamento oltre il termine di cui sopra nella convinzione che lo stesso si fosse interrotto con il proposto tentativo di conciliazione.

La Suprema Corte ha scelto di dare continuità ad un costante e inveterato orientamento statuendo che ”In tema di licenziamento privo di giusta causa o di giustificato motivo, una volta osservato, con l’impugnazione stragiudiziale, il termine di cui alla L.n.604 del 1966, art.6, la successiva azione giudiziale di annullamento del licenziamento illegittimo può essere proposta nel termine quinquennale di prescrizione di cui all’art. 1442 c.c., decorrente dalla comunicazione del recesso, senza che tale termine possa restare interrotto dal compimento di un’ attività stragiudiziale, quale l’istanza per il tentativo di conciliazione”.

Invero, continua La Corte "[…]l’azione volta ad impugnare il licenziamento illegittimo, in quanto diretta a rilevare un vizio di annullabilità, si prescrive in cinque anni, e tale prescrizione determina - al pari della decadenza dall’impugnativa del licenziamento - l’estinzione del diritto di far accertare l’illegittimità del recesso datoriale e, quindi, di azionare le conseguenti pretese risarcitorie, residuando, in favore del lavoratore licenziato la sola tutela di diritto comune per far valere un danno diverso da quello previsto dalla normativa speciale sui licenziamenti […]"

E’ stato in buona sostanza chiarito che l’azione di annullamento del licenziamento, come tutte le azioni costitutive, è diretta espressione di un diritto potestativo che in quanto tale è caratterizzato da una situazione di soggezione, anziché di obbligo come quella  discendente da un’obbligazione che ha ad oggetto crediti retributivi.

Alla luce di quanto appena illustrato, mentre la domanda giudiziale costituisce idoneo atto interruttivo riguardo a qualsiasi diritto suscettibile di prescrizione, la costituzione in mora del debitore può avere tale efficacia limitatamente ai diritti di obbligazione, pertanto la prescrizione dei crediti retributivi del lavoratore può ben essere interrotta dalla comunicazione di richiesta di espletamento del tentativo di conciliazione ex art. 410 c.p.c. comma 2.

Tale interruzione non opera nei casi di diritto potestativo di annullamento di un negozio giuridico, quale è appunto il licenziamento; per questi motivi il ricorso del lavoratore non ha potuto trovare accoglimento.